L’antifascismo in azione: la Camera blocca la conferenza dell’estrema destra, tra democrazia e responsabilità istituzionale
- redazioneilgazzett
- 7 giorni fa
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Quello che si è consumato ieri mattina a Montecitorio è un episodio che va ben oltre il semplice linguaggio della cronaca: la conferenza stampa organizzata con la partecipazione di esponenti dell’estrema destra e movimentI neofascisti è stata annullata a seguito dell’azione diretta delle opposizioni del centrosinistra, che hanno occupato la sala stampa della Camera dei Deputati impedendo lo svolgimento dell’evento.
Sul tavolo c’era la presentazione di una proposta di legge sulla cosiddetta “remigrazione”, promossa dal deputato leghista Domenico Furgiuele insieme a gruppi come CasaPound, Veneto Fronte Skinheads e altri soggetti provenienti dalla galassia dell’estrema destra neofascista e neonazista. Di fronte a questa provocazione, i deputati di Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa hanno scelto di fare qualcosa di più di una semplice protesta verbale: hanno occupato fisicamente la sala stampa, intonando cori partigiani come “Bella Ciao” e sventolando la Costituzione, per ribadire un principio fondante della Repubblica italiana: l’antifascismo non è un’opzione politica, ma un pilastro costituzionale.
La Presidenza della Camera, di concerto con i questori, ha quindi annullato tutte le conferenze stampa previste per motivi di ordine pubblico e ha sospeso l’accesso agli ospiti esterni per tutta la giornata, una decisione che riflette la tensione e la delicatezza di questo momento.
Ad alcuni, soprattutto negli ambienti più radicali dell’estrema destra, questa reazione è apparsa un’intollerabile censura. Alcuni promotori dell’iniziativa hanno definito l’azione delle opposizioni una “mafiosa” e un attacco alla democrazia, sostenendo il diritto di parlare e di avanzare proposte legislative. Ma è proprio qui che si gioca il cuore del dibattito civile: una democrazia non è tale se si limita a garantire la libertà di parola a chi propone idee che negano i valori fondativi della Repubblica antifascista.
La Costituzione italiana, nata dalla Resistenza e dal rifiuto di ogni forma di totalitarismo, non lascia spazio a interpretazioni che equiparino fascismo e antifascismo. Proprio per questo molte forze di centrosinistra hanno ricordato che istituzioni come il Parlamento non possono diventare tribune per gruppi che si richiamano a ideologie di odio e violenza.
La questione non si esaurisce nella disputa su una singola conferenza stampa. Essa tocca invece un nodo più profondo: fin dove si spinge la libertà di espressione se l’espressione stessa mette in discussione i valori democratici e costituzionali? La democrazia non è una regola di equidistanza: non è detto che tutte le opinioni meritino lo stesso palco. Difendere l’ordine costituzionale significa anche porre limiti alle manifestazioni pubbliche di chi rifiuta quei principi in nome di programmi politici che possono travalicare la legalità democratica.
L’azione di ieri, se interpretata nel contesto storico italiano, appare dunque una risposta netta e ponderata: non un attacco alla libertà di parola, ma una tutela di quei valori imprenscindibili che rendono la democrazia italiana un sistema basato su diritti, pluralismo e rispetto dei diritti umani.
In un tempo in cui rigurgiti nostalgici di ideologie estreme cercano spazio pubblico, la risposta civile e istituzionale – seppure vigorosa – ribadisce che la memoria storica e la Costituzione non sono ornamenti, ma barriere contro il ritorno di ciò che il nostro passato ha già ampiamente rigettato.
La giornata di ieri alla Camera dei Deputati non è stata una rissa politica né una censura, come qualcuno ha provato a raccontare. È stata, al contrario, una presa di posizione istituzionale e costituzionale. Perché la Costituzione italiana non è ambigua, non è interpretabile a seconda delle convenienze politiche del momento: è esplicitamente antifascista.
Non lo è solo nella memoria storica che l’ha generata, nata dalle macerie della dittatura e della guerra, ma lo è nei suoi principi fondanti. La XII disposizione transitoria e finale vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista. Non si tratta di un dettaglio giuridico né di un residuo del passato: è un pilastro dell’ordinamento repubblicano. Chi lo ignora, o finge di ignorarlo, non sta esercitando libertà di opinione, ma sta mettendo in discussione l’architettura stessa della democrazia italiana.
Consentire che gruppi che si richiamano apertamente o implicitamente al fascismo trovino spazio nelle sedi istituzionali non significa garantire il pluralismo. Significa legittimare un’ideologia che nega il pluralismo, che storicamente ha soppresso libertà, perseguitato minoranze e cancellato il dissenso. La democrazia non è un suicidio assistito: non è obbligata a offrire microfoni e palcoscenici a chi ne contesta le fondamenta.
L’antifascismo non è un’opinione tra le altre, non è una bandiera di parte: è il terreno comune su cui si regge la Repubblica. Metterlo sullo stesso piano del fascismo, in nome di una presunta neutralità, è un errore storico e politico.
Chi parla di censura dimentica che la libertà di espressione, in uno Stato di diritto, non è assoluta. Ha limiti precisi quando entra in conflitto con i valori supremi della Costituzione, con la dignità umana, con l’uguaglianza e con la tutela della democrazia stessa. È un principio condiviso in tutte le democrazie mature: non tutto ciò che può essere detto merita di essere ospitato dalle istituzioni.
La Camera dei Deputati non è una sala qualunque. È il luogo simbolico della sovranità popolare e della Costituzione repubblicana. Difenderne la natura antifascista non significa chiudere il dibattito politico, ma impedire che il Parlamento venga usato per normalizzare ciò che la storia e la legge hanno già condannato.
In tempi di smemoratezza e revisionismi, il gesto di ieri ha ricordato una verità semplice ma fondamentale: la Repubblica italiana non è neutrale di fronte al fascismo. E non può permetterselo. Perché senza quella chiarezza, senza quella linea invalicabile, la democrazia smette di essere difesa e diventa fragile.




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