Il prezzo politico del “Board of Peace”: perché l’adesione può indebolire l’Italia e l’ordine internazionale
- redazioneilgazzett
- 23 gen
- Tempo di lettura: 2 min

L’ipotesi di un ingresso dell’Italia nel cosiddetto Board of Peace viene spesso presentata come un passo simbolico verso il rafforzamento del ruolo internazionale del Paese e del suo impegno per la pace. Tuttavia, dietro questa narrazione rassicurante, emergono numerose criticità che rendono tale scelta tutt’altro che vantaggiosa per l’interesse nazionale.
Innanzitutto, il Board of Peace appare come un organismo dalla forte carica simbolica ma dai contorni operativi incerti. Il rischio è che si tratti di una struttura parallela, priva di reale legittimazione multilaterale, destinata a sovrapporsi – se non a sostituirsi – ai meccanismi tradizionali del diritto internazionale. In particolare, il progetto riferito a Gaza solleva serie preoccupazioni: una simile iniziativa potrebbe contribuire a marginalizzare ulteriormente il ruolo delle Nazioni Unite, svuotandone la funzione e incidendo in modo profondo sugli equilibri del futuro assetto internazionale.
Un governo responsabile, di fronte a uno scenario così delicato, avrebbe il dovere di assumere una posizione chiara e trasparente. L’adesione o anche solo l’avvicinamento a un organismo che rischia di ridefinire le regole della governance globale non può avvenire nel silenzio o attraverso dichiarazioni ambigue. Una scelta di questa portata richiederebbe un confronto aperto in Parlamento e una piena assunzione di responsabilità politica.
Vi è poi un ulteriore profilo critico: l’ingresso nel Board of Peace potrebbe vincolare l’Italia a un’impostazione ideologica della gestione dei conflitti, riducendo la capacità di autonomia e di mediazione della sua politica estera. In un contesto internazionale già segnato da profonde fratture, l’Italia rischierebbe di perdere credibilità e margini di manovra all’interno delle alleanze di cui fa parte, a partire dall’Unione europea.
Non va infine sottovalutato il tema delle risorse. La partecipazione a nuovi organismi internazionali comporta costi politici, finanziari e amministrativi che devono essere giustificati da benefici concreti. In assenza di risultati misurabili e di una chiara legittimazione multilaterale, l’adesione rischierebbe di apparire come un’operazione di facciata.
La politica estera italiana non può permettersi ambiguità. Su dossier cruciali come Gaza e sul futuro dell’ordine internazionale, il Paese deve parlare con una voce chiara, coerente e fondata sul rispetto del diritto internazionale. Ogni altra strada rischia di indebolire non solo il ruolo dell’Italia, ma anche la credibilità delle istituzioni che dovrebbero garantire pace e stabilità globale.

Sull'autore: Lidia Lavecchia, Giornalista, Docente di Lettere



Commenti