top of page

Referendum sulla giustizia, cresce la raccolta firme: le ragioni del No

  • redazioneilgazzett
  • 10 gen
  • Tempo di lettura: 3 min


Il referendum sulla giustizia entra in una fase decisiva con la raccolta firme per chiedere la consultazione popolare sulla riforma costituzionale approvata dal Parlamento, che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri e modifica l’assetto dell’ordinamento giudiziario. La raccolta delle sottoscrizioni è partita il 22 dicembre 2025 sulla piattaforma digitale del Ministero della Giustizia e prevede il raggiungimento di almeno 500mila firme entro il 30 gennaio 2026. Secondo i dati aggiornati, in poche settimane sono state superate le 250mila adesioni, circa la metà dell’obiettivo necessario, un risultato significativo se si considera il periodo festivo in cui è stata avviata la campagna. Il numero delle firme testimonia un interesse diffuso e una crescente preoccupazione da parte di cittadini, operatori del diritto e associazioni civiche rispetto a una riforma che interviene in modo strutturale su uno dei pilastri della Costituzione. Proprio perché si tratta di una legge costituzionale approvata senza la maggioranza qualificata dei due terzi, il referendum rappresenta uno strumento fondamentale di partecipazione democratica. Tuttavia, molti osservatori e comitati per il No ritengono che la riforma non risponda ai problemi reali della giustizia italiana, come la lentezza dei processi, la carenza di personale e di risorse, e il sovraccarico degli uffici giudiziari. Al contrario, la separazione delle carriere viene vista come un intervento che rischia di indebolire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, aumentando la distanza tra giudici e pubblici ministeri e aprendo la strada a una maggiore politicizzazione dell’azione penale. Votare No, secondo i promotori, non significa opporsi a ogni cambiamento, ma respingere una riforma che non migliora l’efficienza del sistema e che potrebbe alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Le ragioni del No si fondano su diversi punti critici. Il primo riguarda la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri. Secondo i contrari, questa scelta rischia di indebolire il principio dell’unità della magistratura, creando due ordini distinti con percorsi, interessi e prospettive differenti. In questo scenario, il pubblico ministero potrebbe risultare più esposto a pressioni esterne, politiche o istituzionali, con il pericolo di una progressiva perdita di autonomia dell’azione penale, che la Costituzione vuole obbligatoria e indipendente.

Un secondo nodo riguarda l’efficacia reale della riforma. Chi sostiene il No sottolinea come i problemi più gravi della giustizia italiana – la durata eccessiva dei processi, la carenza di personale amministrativo, l’insufficienza di risorse e strutture – non vengano affrontati in modo concreto. La riforma, secondo questa lettura, interviene sull’architettura istituzionale senza incidere sulle cause materiali dei ritardi e delle inefficienze, rischiando così di produrre un cambiamento simbolico ma non risolutivo.

C’è poi una questione di equilibrio tra i poteri dello Stato. La modifica dell’assetto disciplinare e di governo della magistratura viene vista da molti come un passo che potrebbe rafforzare l’influenza della politica sul sistema giudiziario. In un Paese in cui la fiducia dei cittadini nelle istituzioni è già fragile, il timore è che una riforma percepita come punitiva o condizionante nei confronti della magistratura finisca per indebolire ulteriormente la credibilità della giustizia.

Per queste ragioni, il No viene presentato non come una difesa dello status quo, ma come una richiesta di una riforma diversa, più mirata e condivisa, capace di migliorare davvero il funzionamento dei tribunali senza intaccare i principi costituzionali di autonomia e indipendenza. La raccolta firme, in questo senso, diventa il primo atto di una mobilitazione che chiede al Paese di fermarsi, discutere e scegliere consapevolmente. Se il referendum si terrà, il voto sarà chiamato a decidere non solo su una riforma tecnica, ma su quale idea di giustizia e di democrazia l’Italia intenda perseguire.

Se la raccolta firme raggiungerà l’obiettivo previsto e la Corte Costituzionale dichiarerà ammissibile il quesito, gli italiani saranno chiamati a esprimersi nei prossimi mesi su una scelta che avrà conseguenze profonde e durature sull’assetto della giustizia nel Paese.





















Commenti


bottom of page