Referendum sulla giustizia, 500mila firme contro la riforma: la mobilitazione popolare sfida il governo
- redazioneilgazzett
- 17 gen
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Cinquecentomila firme in pochi giorni, una media di circa ventimila adesioni al giorno: la raccolta contro la riforma della giustizia voluta dal governo Meloni e dal ministro Nordio ha superato ogni previsione, trasformandosi in un segnale politico dirompente. Un messaggio chiaro indirizzato all’esecutivo, che però ha scelto di non ascoltarlo. Quando le sottoscrizioni avevano già superato quota 350mila, il Consiglio dei ministri ha infatti deciso di fissare la data del referendum al 22 e 23 marzo, sfruttando la richiesta dei parlamentari già ammessa dalla Cassazione e senza attendere il termine di tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale, avvenuta il 30 ottobre, periodo entro il quale è possibile promuovere anche l’iniziativa popolare.
Una scelta che, secondo i promotori della raccolta, rappresenta uno strappo grave e senza precedenti, in contrasto con l’interpretazione della Carta seguita per tutti i referendum costituzionali della storia repubblicana. Per questo è stato presentato ricorso al Tar del Lazio, chiedendo la sospensione urgente e l’annullamento della delibera che ha fissato la data del voto. L’udienza è stata fissata per il 27 gennaio. Parallelamente, non si esclude che la questione possa trasformarsi in un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale.
La mobilitazione popolare ha già prodotto un primo risultato concreto. Il governo avrebbe infatti voluto portare i cittadini alle urne ancora prima, comprimendo ulteriormente i tempi della campagna referendaria per capitalizzare il vantaggio del Sì nei sondaggi. Il blitz era stato programmato per l’ultimo Consiglio dei ministri del 2025, il 29 dicembre, con l’ipotesi di voto l’1 e il 2 marzo. Un piano saltato all’ultimo momento proprio a causa dell’exploit iniziale della raccolta firme, che aveva superato le 100mila adesioni nella settimana a cavallo delle festività natalizie, anche grazie agli endorsement arrivati dai leader dell’opposizione. Nel frattempo, le rilevazioni demoscopiche indicano un No in forte rimonta.
Il raggiungimento del quorum consentirà ora ai promotori di depositare le firme in Cassazione e di acquisire lo status di comitato promotore del referendum, una qualifica che dal punto di vista costituzionale configura un vero e proprio potere dello Stato, rappresentativo della sovranità popolare. Da questo riconoscimento derivano anche diritti concreti: rimborsi per la campagna referendaria, pari a un euro per ogni firma raccolta, e parità di trattamento con i partiti politici per affissioni elettorali e accesso alla par condicio televisiva. Come evidenziato dagli avvocati nell’impugnazione al Tar, ciò che entra in gioco è “la presenza sulla scena di un effettivo contro-potere dello Stato costituito dai sottoscrittori”.
Resta aperto anche il nodo del quesito che comparirà sulla scheda. Quello già ammesso dalla Cassazione, su iniziativa parlamentare, si limita a richiamare il titolo della riforma, mentre il quesito proposto dai giuristi promotori elenca uno per uno i sette articoli della Costituzione modificati dalla legge, come richiesto dalla normativa sui referendum costituzionali. Il blitz del governo rappresenta un unicum nella storia repubblicana e rende incerti i margini di intervento dell’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, che secondo i promotori potrebbe – e dovrebbe – valutare la proposta dei cittadini e modificare il quesito anche a consultazione già indetta. In caso contrario, è pronto un ulteriore conflitto di attribuzione.
Al di là degli aspetti giuridici e procedurali, la raccolta firme segna una prova di forza democratica. Nonostante una comunicazione a senso unico, la ridicolizzazione della partecipazione e l’accelerazione forzata dei tempi, centinaia di migliaia di cittadini hanno scelto di informarsi, mobilitarsi e partecipare. L’obiettivo resta fermare una riforma che, secondo i promotori del No, non migliora la giustizia per i cittadini ma rischia di proteggere il potere politico dalle inchieste. La sfida ora si sposta sul voto e sull’informazione, nel segno di un principio ribadito con forza dalla mobilitazione popolare: la legge è uguale per tutti.




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