IL TRADIMENTO DI GIORGIA: Come la prima Premier donna ha tolto la pensione a 700.000 lavoratrici
- 10 lug
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C’è un paradosso politico che supera il confine dell'incoerenza e diventa vera e propria ingiustizia sociale. Settantamila donne italiane si trovano oggi private della possibilità di andare in pensione, intrappolate in un limbo previdenziale da cui non sanno come uscire. Il dato numerico è drammatico, ma a rendere la vicenda politicamente e moralmente intollerabile è l'identità del colpevole: il primo governo della storia d’Italia guidato da una donna.
Con la cancellazione di fatto di Opzione Donna, Giorgia Meloni ha compiuto un’operazione chirurgica e spietata. È bastato un tratto di penna per smantellare uno scivolo pensionistico vitale, una misura che permetteva alle lavoratrici – spesso schiacciate dal doppio carico del lavoro professionale e di quello di cura familiare – di anticipare l'uscita dal mondo del lavoro, sia pure a costo di una pesante decurtazione sull'assegno.
L’aspetto più grottesco di questa vicenda risiede nella memoria storica del nostro Paese. Nemmeno Elsa Fornero, passata alla storia per la rigidità delle sue riforme lacrime e sangue, aveva osato toccare questo presidio di flessibilità dedicato all'universo femminile. Dove si era fermata la tecnocrate per eccellenza, è arrivata senza remore la leader politica che ha costruito la propria intera retorica sul claim "Sono una donna, sono una madre".
La realtà dei fatti ci dice che la solidarietà di genere, nei palazzi del potere romano, è un lusso che si esaurisce non appena si chiudono le urne. Nel momento in cui bisognava fare cassa, l'esecutivo non ha esitato a colpire la fascia più vulnerabile e storicamente penalizzata del mercato del lavoro. Le barriere d'accesso alla misura sono state alzate a livelli tali da renderla nei fatti inagibile per la stragrande maggioranza delle potenziali beneficiarie, riducendo la platea a poche migliaia di aventi diritto tramite requisiti rigidissimi legati all'invalidità o al ruolo di caregiver.
Questo non è solo un errore di politica economica; è un tradimento culturale. Una leadership femminile che si rispetti dovrebbe misurarsi sulla capacità di rimuovere gli ostacoli che penalizzano le donne, non sul record di aver peggiorato le loro condizioni di vita. Gridare la propria identità dai palchi dei comizi non serve a nulla se poi, nei decreti ministeriali, i diritti delle lavoratrici vengono sacrificati sull'altare del bilancio pubblico. Le settantamila donne rimaste al lavoro non dimenticheranno questo "click" che ha cancellato il loro futuro.



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