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Il paradosso di Tempa Rossa, Sovranismo di facciata e affari all'ombra del conflitto

  • 11 mag
  • Tempo di lettura: 3 min


Mentre il dibattito pubblico viene saturato da slogan sull'autosufficienza energetica e sulla difesa dei confini, la realtà industriale italiana racconta una storia decisamente meno nobile. Il caso di Tempa Rossa, il cuore pulsante dell'estrazione petrolifera in Basilicata, è lo specchio di un’ipocrisia sistemica che fonde geopolitica cinica e pessima gestione economica.

Il paradosso è schiaffeggiante: l'Italia estrae il suo "oro nero" nel cuore del Mezzogiorno, ma invece di utilizzarlo per calmierare i prezzi alla pompa o garantire una riserva strategica nazionale, assiste al suo invio verso lidi stranieri. Nello specifico, verso Israele.

Mentre le famiglie italiane e le imprese boccheggiano sotto il peso di bollette e carburanti acquistati a peso d'oro dai mercati esteri, le risorse del nostro sottosuolo prendono la via del Mediterraneo orientale. È questo il "sovranismo"? Un sistema dove il territorio viene sfruttato, l'ambiente messo a rischio, ma il beneficio finale finisce altrove?

Non si tratta solo di una questione di portafoglio, ma di etica internazionale. Israele si trova oggi sotto la lente d’ingrandimento della giustizia globale, con accuse pesantissime che pendono presso la Corte Penale Internazionale. In un contesto in cui il diritto internazionale dovrebbe guidare le scelte dei partner commerciali, l'Italia sembra scegliere la strada del "business as usual".

Come rivelato dall'inchiesta di Report in onda la scorsa domenica 10 maggio, i dati estratti dai database specialistici sono inequivocabili. Su un totale di 17 carichi analizzati:

  • 10 partenze dalla raffineria Isab di Priolo;

  • 3 carichi dal molo Eni di Taranto;

  • 3 partenze dalla Saras di Sarroch;

  • 1 carico dalla IPLOM di Genova.

In merito ai tre carichi partiti da Taranto, Eni ha precisato in una nota ufficiale la propria posizione: il greggio proviene dal centro Tempa Rossa (di proprietà di TotalEnergies Italia, Shell Italia e Mitsui Italia) e l'azienda opera esclusivamente in qualità di terminalista. Una distinzione tecnica che, tuttavia, non sposta il peso politico del risultato finale: le infrastrutture strategiche italiane sono il polmone che permette il rifornimento di bombardieri e tank.

Il contrasto è brutale. Mentre i carichi di petrolio viaggiano indisturbati, la Global Sumud Flotilla — carica di aiuti umanitari vitali — è stata fermata al largo di Creta con un'azione di pura pirateria. Da una parte si blocca la vita per la Palestina, dall'altra si spedisce il carburante che serve a radere al suolo il sud del Libano e a proseguire quello che la giustizia internazionale osserva come un genocidio a Gaza.

Ignorare il peso politico di tali procedimenti significa declassare l'Italia a semplice comparsa nel teatro della moralità globale.

Ci si chiede come sia possibile che flussi di tale portata proseguano indisturbati, spesso al di fuori dei radar di un'opinione pubblica distratta da polemiche di bassa lega.

I paladini dell'interesse nazionale, quelli che gridano alla "sovranità" in ogni comizio, sembrano aver dimenticato il significato della parola. La sovranità non si difende con i post sui social, ma con la gestione oculata delle risorse energetiche e con una politica estera che non faccia carta straccia della coerenza.

La realtà è amara: siamo di fronte a un "sovranismo a geometria variabile", forte con i deboli e servile con i potenti (o con i propri interessi di bottega).

Il quadro che emerge dal rapporto di Report non è solo quello di un fallimento gestionale, ma di un tradimento delle promesse elettorali. Gridare "prima l'Italia" mentre si svendono le risorse nazionali a chi è coinvolto in conflitti sanguinosi non è politica: è pura gestione del potere sulla pelle dei "babbei" che ancora scelgono di applaudire.

Paradosso inaccettabile è l'unico termine che resta quando la retorica nazionalista si scontra con il muro della realtà: un Paese che compra caro ciò che estrae in casa propria, per poi regalarlo (politicamente ed economicamente) al miglior offerente del momento.


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