Il "no" all'uso delle chat e lo scudo a Delmastro: Scarpinato (M5S): "Quando la politica protegge i colletti bianchi"
- 23 lug
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L’ennesimo no di Montecitorio all’uso delle chat e della corrispondenza di un membro del governo torna a sollevare un interrogativo etico ed istituzionale che in Italia non trova mai pace: dove finisce la legittima tutela delle prerogative parlamentari e dove inizia, invece, il privilegio di casta?
Il voto contrario all'utilizzo dei messaggi, il conseguente "scudo" eretto dalla maggioranza parlamentare per blindare le conversazioni telefoniche del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il rifiuto di consegnare i dispositivi non rappresentano soltanto un caso di cronaca politica. Sono il sintomo di una frattura sempre più profonda tra le ragioni della trasparenza e la tentazione di edificare una cittadella del potere inaccessibile ai controlli di legalità.
A dar voce alla reazione più dura è stato l'ex magistrato antimafia e oggi senatore Roberto Scarpinato, la cui analisi va dritta al punto dolente della vicenda: negare l'accesso ai messaggi di chi ricopre ruoli di primissimo piano nel Ministero della Giustizia non è un semplice atto garantista, ma un segnale pericoloso. Un work in progress – come lo ha definito l'ex procuratore – che rischia di rendere il mondo dei "colletti bianchi" e delle contiguità tra politica, corruzione e criminalità organizzata gradualmente impermeabile ad ogni forma di accertamento.
C'è poi una questione d'opportunità politica che trascende la fredda norma giuridica. In una democrazia matura, un "uomo di Stato" conscio della delicatezza del proprio ruolo avrebbe dovuto mettere spontaneamente a disposizione dei giudici ogni dispositivo e conversazione, spiegando di non aver nulla da nascondere, per tutelare prima di tutto l'onorabilità delle istituzioni che rappresenta. Scegliere la via della guarentigia parlamentare, al contrario, alimenta nell'opinione pubblica quel sospetto atavico che esistano due pesi e due misure: la giustizia inflessibile per i cittadini comuni e quella pattizia, schermata da un velo d'immunità, per l'élite di governo.
Ciò che ferisce di più, in questa dinamica, è il costante cortocircuito simbolico. Si sprecano le parole di elogio per i martiri dell'antimafia, da Paolo Borsellino a Giovanni Falcone, citati a menadito nei discorsi ufficiali e nelle commemorazioni di piazza. Ma quando dall'esercizio della retorica si passa alla prova dei fatti, le scelte legislative e parlamentari sembrano muoversi in direzione ostinata e contraria, smantellando i presìdi di controllo e indebolendo la capacità di indagine sui poteri forti.
La tutela della politica non può trasformarsi nell'impenetrabilità dell'opacità. Se la lotta alla mafia dei colletti bianchi viene privata degli strumenti per guardare dove il potere si organizza e comunica, la celebrazione del passato rischia di diventare solo una comoda passerella per nascondere le ombre del presente.



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