Trump e il “servilismo della destra”: sempre più acceso il dibattito sulla politica estera italiana
- 14 mar
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C’è un tema che in queste settimane torna con forza nel dibattito pubblico: il ruolo dell’Italia nello scenario internazionale che cambia. E, soprattutto, il rapporto con gli Stati Uniti.
Osservando quello che sta accadendo, non possiamo fare a meno di porci una domanda: fino a che punto l’Italia vuole davvero avere una propria autonomia politica e diplomatica?
Le recenti azioni militari degli Stati Uniti, in un contesto internazionale già fragile, rappresentano una evidente deroga al diritto internazionale. Quando le grandi potenze agiscono unilateralmente, il rischio è quello di aprire una stagione pericolosa, in cui prevale la legge del più forte. Ed è proprio in momenti come questi che i Paesi alleati dovrebbero dimostrare lucidità e autonomia di giudizio.
Invece, guardando alla linea della destra di governo guidata da Giorgia Meloni, si ha l’impressione di assistere a un atteggiamento più vicino alla sudditanza che alla cooperazione tra alleati. Non c’è nulla di sbagliato nell’avere rapporti solidi con gli Stati Uniti. Ma altra cosa è rinunciare alla propria voce.
Il rapporto privilegiato con l’area politica che ruota attorno a Donald Trump è ormai evidente. E diventa difficile parlare di orgoglio nazionale quando, allo stesso tempo, si cercano legittimazioni politiche e culturali attraverso figure dell’universo trumpiano, come J. D. Vance o membri della famiglia dell’ex presidente americano.
L’orgoglio nazionale non si misura nelle dichiarazioni o nei simboli esibiti, ma nella capacità di difendere davvero gli interessi del proprio Paese. E difendere gli interessi dell’Italia significa anche saper dire no quando necessario, mantenere una posizione autonoma, contribuire alla stabilità internazionale senza limitarsi a ratificare decisioni prese altrove.
Che sia arrivato il momento di cambiare approccio? L’Italia non può continuare a comportarsi come un semplice esecutore delle strategie americane. Non possiamo essere solo un “intermediario passivo” di Washington.
Possiamo e dobbiamo restare alleati degli Stati Uniti. Ma da alleati veri, non da subordinati. Con la dignità e la responsabilità di un Paese che ha il diritto – e il dovere – di far valere la propria voce nel mondo.



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