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Paradosso Basilicata: produce l'85% del petrolio italiano, ma la benzina è sempre più cara

13 set
Tempo di lettura: 3 min

Il Governo punta ad aumentare le estrazioni: il Meridione deve continuare a fornire solo greggio o può pretendere più tecnologia e controllo?


Lo scorso 10 settembre 2026, l'Esecutivo ha approvato un nuovo decreto per accelerare le procedure legate alle attività energetiche. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso chiaramente la volontà di incrementare la produzione nazionale di petrolio e gas, introducendo per le estrazioni terrestri tempi più stretti e la possibilità di nominare un commissario governativo in caso di mancata intesa con le Regioni. In questo scenario, la Basilicata torna inevitabilmente al centro del dibattito nazionale. Con circa 3,3 milioni di tonnellate di greggio prodotte nel 2025, il territorio rappresenta l'85% del totale italiano: non una provincia marginale, ma il vero e proprio polo petrolifero della penisola.

Il greggio lucano arriva principalmente da due grandi aree della provincia di Potenza: la Val d’Agri e Tempa Rossa. In Val d’Agri, Eni conta attualmente 21 pozzi attivi e una media di circa 32.000 barili al giorno. A Tempa Rossa, operativo dal 2020, l'impianto tratta fino a 50.000 barili giornalieri, separando la materia prima da gas e acqua per poi convogliarla a Taranto tramite oleodotto. Parlare di nuove trivellazioni non significa dunque aprire alla perforazione di zone vergini, bensì aggiungere ulteriore pressione a un territorio che convive già da decenni con una mastodontica macchina energetica.

Il petrolio non viene semplicemente estratto e caricato su un camion. Dai pozzi, i flussi raggiungono i centri di trattamento attraverso condotte interrate: a Tempa Rossa, ad esempio, l'impianto stabilizza il greggio, ricava metano e GPL dal gas, recupera i composti solforati trasformandoli in zolfo e gestisce in sicurezza le acque di processo. Si tratta di una complessa filiera basata su sensori, automazione e protocolli rigorosi. La vera sfida tecnologica, del resto, non è solo trivellare, ma monitorare costantemente ciò che accade nel sottosuolo e nell'ambiente.

La storia locale porta tuttavia con sé pagine delicate. Uno studio epidemiologico pubblicato nel 2018 su quasi 6.800 residenti di Viggiano e Grumento Nova aveva evidenziato correlazioni tra le emissioni del Centro Olio Val d'Agri e alcune problematiche cardiovascolari e respiratorie. Sebbene l'Istituto Superiore di Sanità abbia poi evidenziato limiti metodologici in quella ricerca ed Eni abbia sempre contestato un nesso causale diretto, il quadro impone rigore: attribuire automaticamente ogni malessere alle estrazioni è scorretto, ma pretendere una sorveglianza ambientale e sanitaria ai massimi livelli è un diritto fondato.

Se la Basilicata deve continuare a essere il principale serbatoio energetico d'Italia, la stagione del baratto impari è finita e non può più limitarsi a subire i rischi ambientali senza pretendere una vera inversione di rotta. La prima richiesta inderogabile riguarda l'innovazione e il controllo: l'area deve trasformarsi nel polo nazionale d'eccellenza per le tecnologie avanzate di monitoraggio, sfruttando l'Intelligenza Artificiale e l'IoT per blindare la sicurezza. A ciò si unisce la necessità di vantaggi tangibili per i residenti, garantendo energia e carburante a prezzi equi o agevolati per chi ospita gli impianti strategici dello Stato.

Questo scenario si scontra oggi con un interrogativo cruciale: la progressiva chiusura o riconversione dell'ex Ilva a Taranto rischia di interrompere la principale via di sbocco del greggio lucano, trasformando una questione locale in una crisi logistica di macroregione. Per evitare che il territorio resti ostaggio di una monocultura estrattiva ormai al capolinea, bisogna dunque pretendere investimenti strutturali e una reale diversificazione economica, così da costruire un futuro solido, sicuro e autonomo.

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