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L’illusione dell’atomo: perché il nucleare è l’ennesimo alibi per non investire nel futuro

  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Il rinvio perpetuo mascherato da progresso. Dietro lo slogan della "legge entro l'estate" si cela la rinuncia politica a fare dell'Italia l'hub delle rinnovabili e dell'efficienza energetica.


Mentre il mondo corre a velocità doppia verso il consolidamento delle energie rinnovabili, l’Italia sceglie di fare un salto all’indietro, travestendolo da slancio futurista. L’annuncio della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni di voler varare una legge entro l’estate per riportare l'atomo nel Paese non è pragmatismo: è l'ennesimo manifesto ideologico che serve a coprire una precisa e colpevole volontà politica, quella di non investire qui e ora sulla transizione ecologica reale.

La retorica ufficiale batte forte sul tasto della sovranità, dipingendo il ritorno al nucleare come l'unica via di fuga per non essere più schiavi del petrolio, del gas e dei regimi autoritari che ne dettano i prezzi globali. Ma questa narrazione omette un dettaglio fondamentale: sostituire la dipendenza dai combustibili fossili con la dipendenza dalle tecnologie e dall'uranio straniero non è vera indipendenza, è solo un cambio di padrone.

Si parla di reattori di quarta generazione e di Small Modular Reactors (SMR) come se fossero merci pronte sugli scaffali di un supermercato. La realtà scientifica e industriale ci dice il contrario: si tratta di tecnologie ancora in larga parte sperimentali, i cui tempi di sviluppo e messa a terra non risolveranno le emergenze economiche di oggi, né quelle dei prossimi quindici anni. Promettere l'abbattimento dei costi per imprese e famiglie tramite il nucleare entro tempi brevi significa ignorare i costi stratosferici di costruzione e i decenni necessari per vedere un solo chilowattora immesso in rete.

Nel frattempo, cosa si fa? Si frena. L'Italia gode di una posizione geografica e climatica privilegiata nel cuore del Mediterraneo. Se l'obiettivo fosse davvero quello di spezzare le catene che ci legano ai paesi produttori di greggio, la risposta logica, immediata e sicura sarebbe stata una sola: il sole, il vento, il moto ondoso, il geotermico e lo sviluppo dei sistemi di accumulo. Questi elementi avrebbero dovuto essere i pilastri di un piano industriale di sovranità energetica interna e immediata.

Ma sbloccare i nodi burocratici che paralizzano i parchi eolici e fotovoltaici, investire massicciamente sulle reti di distribuzione intelligenti e sostenere le comunità energetiche richiede coraggio e una visione che contrasti i vecchi monopoli energetici. Una visione che questo Governo ha dimostrato di non voler avere.

Definire il nucleare "l'unica vera alternativa per garantire il carico di base" significa sminuire deliberatamente i progressi tecnologici sulle batterie e l'idrogeno verde. La verità è più cinica: evocare il miraggio dell'atomo permette di giustificare l'immobilismo attuale sulle rinnovabili, lasciando il Paese agganciato proprio a quel petrolio e a quel gas da cui si dice di voler fuggire, in attesa di un domani nucleare che nessuno sa quando (e se) arriverà.

Non si tratta di avere "pregiudizi ideologici", ma di fare i conti con la realtà. Vendere l’accelerazione sul nucleare come l'unica mossa geopolitica per conquistare l'autonomia è un gioco di prestigio politico. La vera indipendenza energetica era a portata di mano, democratica, diffusa, pulita e soprattutto non ricattabile. Non averla voluta perseguire è una responsabilità storica di cui questo esecutivo dovrà rispondere alle future generazioni. L'estate porterà forse una firma su un disegno di legge, ma spegnerà di fatto la transizione di cui l'Italia ha disperatamente bisogno oggi.






















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