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Il miraggio della "remigrazione" tra propaganda ed esame di realtà

  • 29 giu
  • Tempo di lettura: 2 min



Nel dibattito politico contemporaneo, le parole hanno un peso specifico enorme e, talvolta, vengono rispolverate o coniate ex novo con l'unico obiettivo di polarizzare l'attenzione pubblica. L'ultimo terreno di scontro ideologico è rappresentato dal concetto di "remigrazione" — cavallo di battaglia sollevato da Roberto Vannacci, leader del movimento Futuro Nazionale — radicalmente stroncato dal presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, durante il Forum in Masseria 2026 a Manduria. Le parole dell'ex Premier sono state nette e prive di sfumature: «Una grande truffa per l’opinione pubblica, una cosa sciocca, irrealizzabile e incostituzionale».

Al di là della dialettica da campagna elettorale permanente, l'affondo di Conte solleva una questione di fondo che merita un'analisi approfondita: lo scarto insanabile tra gli slogan della destra identitaria e i limiti invalicabili imposti dallo Stato di diritto e dai trattati internazionali.


Nel lessico delle destre radicali europee, il termine "remigrazione" non indica un semplice ritorno volontario dei migranti nei paesi d'origine, ma teorizza un piano sistematico, spesso coatto, di espulsione o ricollocamento su larga scala di cittadini di origine straniera, inclusi coloro che hanno già ottenuto regolarmente la cittadinanza o lo status di residenti storici. Una formula che strizza l'occhio alle paure del "grande rimpiazzo" etnico, ma che si scontra immediatamente con la realtà giuridica dei paesi democratici.


L'attacco di Conte si poggia su basi tutt'altro che campate in aria. Dal punto di vista giuridico, ipotizzare l'espulsione di massa di persone in base alla loro origine o alla revoca retroattiva di diritti acquisiti viola i principi cardine della Costituzione Italiana:

  • L'Articolo 3, che sancisce il principio di uguaglianza formale e sostanziale di tutti i cittadini, senza distinzione di razza, lingua o religione.

  • L'Articolo 10, che regola il diritto d'asilo e la condizione giuridica dello straniero in conformità con le norme e i trattati internazionali.

A questo si aggiunge la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU), il cui Protocollo n. 4 vieta espressamente le espulsioni collettive di stranieri. Definire "irrealizzabile" tale progetto significa semplicemente prendere atto che nessun ufficio ministeriale, nessun prefetto e nessun tribunale potrebbero mai dare seguito a un provvedimento che cancellerebbe decenni di civiltà giuridica occidentale.


L'editoria e la politica d'opposizione concordano su un punto: proporre la remigrazione come soluzione ai complessi problemi di gestione dei flussi migratori e dell'integrazione è, per l'appunto, una scorciatoia comunicativa. Si sposta il focus dai problemi reali — i decreti flussi inefficienti, la mancanza di accordi bilaterali per i rimpatri dei clandestini reali, le carenze strutturali dell'accoglienza — per proiettare l'elettorato in una dimensione distopica e rassicurante in cui la complessità del mondo globale viene risolta "svuotando" le città.

Il Forum in Masseria 2026 ha così certificato una distanza siderale sul futuro del Paese. Da un lato, una proposta ideologica che flirta con l'estremismo concettuale per capitalizzare il dissenso; dall'altro, il richiamo fermo ai paletti invalicabili della nostra Carta Costituzionale. Proprio per questo, la via della remigrazione va respinta senza esitazioni: non è solo un progetto impraticabile e contrario ai trattati internazionali, ma una visione profondamente sbagliata che calpesta i diritti fondamentali e la dignità umana. La vera sfida per la politica del futuro non può essere quella di rincorrere utopie discriminatorie, ma governare i flussi migratori con la forza della legalità, della realtà e del senso di umanità.


Lidia Lavecchia
Lidia Lavecchia














Sull'autore: Lidia Lavecchia, Giornalista, Docente di Lettere

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